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cancellazione protesto

Cancellazione protesto assegno Poste Italiane, art. 700 cpc

 

questo è un esempio di classica cancellazione protesto assegno con provvedimento d urgenza quando ci sono i presupposti e le condizioni, ogni caso va trattato separatamente, il nostro studio tributario privilegia la consulenza. Ordinanza di giovedì 19 giugno 2008

Tribunale di Nola, ordinanza del marzo 2008.

Cancellazione protesto – Art. 700 c.p.c

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COMPETENZA PER TERRITORIO

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PROTESTO ILLEGITTIMO  ASSEGNO POSTALE (PRESUNTA DIFFORMITA’ TRA LA FIRMA APPOSTA SULL’ASSEGNO E LO SPECIMEN DEPOSITATO) – CANCELLAZIONE – PRESUPPOSTI – ART. 700 C.P.C. – PARTECIPAZIONE DELLA CCIAA AL GIUDIZIO – ECCEZIONE DI INCOMPETENZA PER TERRITORIO – LOCUS COMMISSI DELICTI – PERICULUM IN MORA – ESISTENZA DEL PREGIUDIZIO – FUMUS BONI JURIS – DIFFERENZIAZIONETRA LE REGOLE CHE PRESIEDONO ALLA DISCIPLINA DELLA CAMBIALE E QUELLA DELL’ASSEGNO BANCARIO – TUTELA DEL DEBITORE INCOLPEVOLE

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[Tribunale di Nola, Dott. Francesco Notaro, ordinanza del marzo 2008]

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Nell’Ordinanza

>> … è da escludere che la Camera di Commercio sia tenuta ad eseguire le pronunce che l’autorità giudiziaria emette all’esito del giudizio cautelare ex art.700 c.p.c., senza che sia chiamata a parteciparvi quale diretta destinataria dell’ordine …

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TRIBUNALE DI NOLA

II SEZIONE CIVILE

Il g.d., sul ricorso proposto ex art.700 c.p.c. da Sempronio , nei confronti di Poste Italiane s.p.a., in persona del legale rappresentante p.t. e dell’ufficio del Comune di ……. (NA), in persona del direttore p.t., nonché della CCIAA di Roma, in persona del presidente p.t., sciogliendo la riserva incamerata all’udienza del …..3.2008,

OSSERVA

il ricorrente ha proposto azione cautelare ex art.700 c.p.c., volta alla cancellazione del protesto elevato ai suoi danni in relazione all’assegno postale n. ………., dell’importo di euro 12.000,00, emesso in favore di Mevia ;

preliminarmente, alla luce anche di alcune argomentazioni svolte dalla parte ricorrente, appare opportuno svolgere alcune brevi considerazioni circa la necessità che al procedimento in discorso sia chiamata a partecipare anche la CCIAA.

Invero, ciò discende, in primo luogo, dal principio della necessaria coincidenza tra il legittimato passivo e il destinatario del provvedimento cautelare; anche la Suprema Corte, sebbene pervenga alla conclusione che la Camera di Commercio non debba essere chiamata a partecipare alla successiva fase di merito – conclusione la cui condivisibilità o meno non rileva in questa sede –, evidenzia che “il provvedimento d’urgenza necessariamente si modella con un contenuto e una direzione tali che il destinatario del mezzo di tutela cautelare è un soggetto diverso da quello (cui peròdeve aggiungersi, non sostituirsi del tutto come parte del procedimento) che dovrà essere convenuto in giudizio nel procedimento di merito quale soggetto nei cui confronti è richiesta la tutela giurisdizionale finale e definitiva di accertamento dell’illecito e risarcitoria” (cfr. Cass. n.17415 del 2004, il cui corsivo è qui aggiunto; aderisce all’impostazione relativa alla legittimazione passiva della Camera di Commercio nei procedimenti volti ad ottenere la sospensione dell’iscrizione nell’archivio informatico dei protesti trib. Trani 16.7.2005 ed in verità conforme è la prevalente giurisprudenza di merito).

In proposito Autorevole dottrina, proponendo un parallelismo tra l’obbligo del Conservatore dei RR. II. E di procedere all’esecuzione dei comandi del giudice e la Camera di Commercio, aveva sostenuto l’automaticità di adeguarsi alle statuizioni del provvedimento ex art.700 c.p.c. in capo alla seconda.

In realtà, Altri hanno subito replicato che gli obblighi del Conservatore discendono direttamente – ma espressamente – dalla legge (vds., al riguardo, per es. gli artt.2643 e ss. e in particolare gli artt.2651, 2657, 2659, 2668 etc.), mentre quello di provvedere alla pubblicazione del protesto a carico della Camera di Commercio deriva dal semplice inserimento nella lista e per ottenere la cancellazione o il non inserimento è prevista una specifica procedura, sicché è da escludere che la Camera di Commercio sia tenuta ad eseguire le pronunce che l’autorità giudiziaria emette all’esito del giudizio cautelare ex art.700 c.p.c., senza che sia chiamata a parteciparvi quale diretta destinataria dell’ordine ed è evidente che tanto assume rilevanza ed ha le sue ricadute nel caso in cui, per qualsiasi ragione, il provvedimento non venga posto in esecuzione, abilitando – essendo questa parte del giudizio – il giudice della cautela, ove possibile, ad attivare i rimedi contemplati dall’art.669 duodecies c.p.c.; per completezza va rimarcato che l’opzione interpretativa in parola esce rafforzata dalla riforma di cui alla legge n.235 del 2000 la quale, modificando la legge n.77 del 1955, ha creato in testa alle CCIAA una specifica competenza circa la cancellazione dei protesti cambiari in caso di intervenuto pagamento nel termine di dodici mesi o di protesto che si rilevi essere stato elevato erroneamente o illegittimamente, prevedendo anche una successiva fase giurisdizionale in caso di mancata adozione o di adozione di un provvedimento negativo da parte della CCIAA, con la possibilità di ricorrere al giudice di pace, fatto che conferma come le Camere di Commercio siano poste al centro della tutela degli interessi generali, sia pure attraverso l’esercizio di attività vincolata, cui presiedono le norme in tema di pubblicità dei protesti (sul punto si tornerà successivamente).

Tanto premesso e venendo ad esaminare a domanda cautelare proposta, va innanzi tutto ricordato da dove origina l’esigenza di esperire il rimedio di cui all’art.700 c.p.c. nella tematica che qui interesse.

Infatti, è noto che, per quanto in questa sede rileva, i rimedi apprestati dall’ordinamento ed in particolare dalla legge n.77 del 1955, erano stati ritenuti insufficienti ed anzi, in particolare, per quel che concerne la disciplina degli assegni, del tutto mancanti, non ritenendosi applicabili le procedure previste dalla legge ora menzionata, nel caso di loro protesto.

Sicché era stata chiamata ad intervenire sulla questione più volte la Cortecostituzionale, la quale ha sempre ‘salvato’ la differenziazione operata dal legislatore sulla scorta della preminente considerazione della diversità strutturale tra la cambiale e l’assegno bancario, tra cui spicca in particolare quella che solo la prima assolve a funzioni di garanzia, costituendo, invece, il secondo un mezzo di pagamento (Corte cost. sent. n.317 del 1990 ed ord. n.14 del 1993); ed è opportuno ancora rilevare che simile differenziazione non è venuta meno per effetto di alcune leggi che hanno modificato parzialmente la disciplina dell’assegno bancario, soprattutto con riferimento alle conseguenze sanzionatorie (vds. da ultimo le pronunce della Corte cost. n.70 del 2003 e ord. n.84 del 2004).

Inoltre la questione si era posta anche riguardo al profilo relativo alla lesione della onorabilità del debitore e alle ragioni che potevano portare alla elevazione del protesto, di tal che, anche in questo caso, era stata chiamata ad esprimersi la Consulta, la quale aveva avuto modo di rilevare come la legge n.55 del 1977, attraverso le modifiche alla stessa apportate nel tempo, prevedesse un sistema volto a far constare le motivazioni che avevano determinato il protesto, con la conseguenza che “la circostanza per la quale tutti i protesti siano accompagnati nel loro iter da idonee motivazioni, costituisca un elemento notevole per preservare il buon nome commerciale del debitore colpevole, e, comunque, tale da distinguere sufficientemente le diverse situazioni – del debitore colpevole o di quello incolpevole”, con la successiva puntualizzazione che deve pervenirsi al “necessario contemperamento di queste esigenze di tutela col rispetto di un procedimento che, oltre ad essere d’ordine rigorosamente formale, ha anche in sé la ratio di proteggere e favorire l’utilizzazione dei titoli di credito, agevolando peraltro la speditezza e l’efficienza dei traffici commerciali e delle transazioni economiche.”.

Infine, la Corte segnalava come era da stimare oramai diritto vivente l’ammissibilità di ricorrere alla tutela ex art.700 c.p.c., con la possibilità “del giudice ordinario di provvedere non solo alla previa sospensione cautelare…della pubblicazione del protesto di assegni del debitore incolpevole, ma anche di ordinare, nel conseguente giudizio di merito, la definitiva cancellazione dei protesti cambiari, col risultato di inibire la pubblicazione del protesto stesso”, concludendo con l’osservazione che l’ordinamento “prevede una serie di ipotesi di non pubblicazione di protesti cambiari, in quanto superati, illegittimi od erronei…realizzando un trattamento differenziato tra debitori colpevoli o incolpevoli, nonché un razionale equilibrio tra le misure di tutela del buon nome commerciale e le esigenze della tempestiva conoscenza del mancato pagamento dei titoli di credito, ai fini della speditezza ed efficienza del traffico economico e commerciale.”.

Riassumendo, il sistema, onde pervenire alla inibizione o alla cancellazione della pubblicazione dei protesti, contempla il rimedio dell’istanza alla Camera di Commercio, con specifico riferimento alla disciplina della cambiale, ed affida la tutela del debitore incolpevole alla possibilità di ricorrere allo strumento dell’art.700 c.p.c., nei casi non direttamente regolati, tra cui spicca quello della levata dei protesti relativi agli assegni bancari (ragione che, ad avviso del tribunale, giustifica, per così dire, ‘a monte’ ed al di là degli aspetti più squisitamente processuali, la partecipazione delle CCIAA al relativo giudizio, trattandosi di rimedio residuale in un campo in cui, comunque, istituzionalmente queste hanno specifica competenza a tutela di interessi di natura pubblicistica ben rimarcati dal giudice delle leggi).

Pertanto, da un lato viene riconosciuta la conformità a Costituzione della differenziazione tra le regole che presiedono alla disciplina della cambiale e quella dell’assegno bancario, dall’altro la tutela viene accordata al debitore incolpevole, tenuto conto delle esigenze pubblicistiche che sottostanno alla disciplina dei titolo di credito e alla speditezza ed efficienza dei traffici economici e commerciali.

Tanto premesso, la difesa della CCIAA ha eccepito, in via pregiudiziale, l’incompetenza per territorio di questo tribunale – eccezione cui ha poi aderito la difesa della Poste Italiane s.p.a. –, da un lato in ragione della sede dei soggetti nei confronti dei quali è stata indirizzata la domanda; dall’altra giacché, secondo la prospettazione avanzata, il locus commissi delicti dovrebbe essere individuato nel luogo in cui è avvenuta la levata del protesto, nella specie concretatasi in Roma.

Gli assunti di parte resistente non possono essere condivisi.

Invero, questo tribunale ritiene di aderire a quanto statuito dalla Suprema Corte nella sentenza n.7687 del 2005, proprio in tema di regolamento di competenza, pronuncia che, non a caso risulta essere posteriore alla giurisprudenza soprattutto di merito, cui si richiama la difesa della CCIAA..

Infatti, il forum delicti deve essere individuato “nel luogo in cui il pregiudizio si è verificato, ossia nel luogo in cui il danneggiato risiede ed opera e dove a sede il centro dei suoi interessi”, non rilevando “che, cosi opinando, viene meno un criterio univoco di individuazione del giudice competente, ogni volta che il danneggiato svolga attività in più parti d’Italia, subendo in più luoghi discredito, poiché anche in tal caso è il domicilio o sede della persona offesa ad assumere rilevanza, giacché è li che assume portata maggiore il danno prodotto…” (cfr. anche Cass. 6591/2002 ivi richiamata; si consideri, inoltre, per identità di ratio la giurisprudenza in tema di risarcimento dei danni da diffamazione).

Peraltro, ove si accedesse alla prospettazione qui contestata, non può non rilevarsi che, nonostante il titolo poi oggetto di protesto fosse stato portato all’incasso inXxxx (NA) ed il conto corrente del Sempronio acceso nel medesimo comune, l’organizzazione che Poste Italiane s.p.a. ha inteso darsi, con l’accentramento delle competenze presso la sede centrale, finirebbe per condizionare sempre anche la competenza del giudice da adire in caso di illegittima levata del protesto.

Nel merito, ritiene il tribunale che il ricorso debba essere accolto.

Come prima considerazione si osserva che non è contestata la copertura per il pagamento.

Inoltre è parimenti incontestato che il titolo è stato presentato all’incasso dal primo prenditore a favore del quale l’assegno era stato emesso, sicché non si ponevano (e non si pongono) problemi in merito alla tutela di ulteriori terzi giratari dello stesso (mentre si può rilevare, a corredo della complessiva valutazione della situazione, che non è controverso che la beneficiaria del titolo è la madre della fidanzata del ricorrente).

In sostanza, per come argomenta la resistente Poste Italiane s.p.a., l’assegno è stato avviato al protesto a tutela della posizione del correntista (e forse più correttamente per evitare di incorrere in responsabilità da parte dell’ente in caso di incauto pagamento), essendo stata rilevata una presunta difformità tra la firma apposta sull’assegno e lo specimen depositato.

Di ciò sembra perfettamente consapevole la difesa della Poste Italiane s.p.a. – e prima ancora chi ha agito in nome e per conto della resistente durante la procedura attivata dopo la presentazione all’incasso del titolo –, posto che all’ufficio di Xxxx era stato inviato un modulo di “benemissione” da sottoporre all’attenzione del Sempronio, onde confermare che la firma era stata da questo apposta in calce al titolo.

Ciò, sotto un primo aspetto, induce ragionevolmente a presumere – anche alla luce del raffronto visivo tra la firma recata sul titolo e quella dello specimen prodotto (o con altre sottoscrizioni del ricorrente ricavabili da atti pure depositati nella presente procedura), da cui non emerge una palese diversità tra le sottoscrizioni –, che sussistessero dubbi in merito alla alterazione o falsità della firma da parte dagli stessi operatori dell’ente.

Ciò nonostante l’ufficio di Xxxx provvedeva a contattare il ricorrente ad un numero telefonico errato, ‘confondendo’ il numero finale 9 con il 5.

Anche giustificando tale errore in considerazione della ‘qualità’ della grafia con cui il numero è stato scritto, che potrebbe rilevare ai sensi dell’art.1227 c.c. – sebbene non si comprenda perché non sia stato tentato anche il numero 9 che ragionevolmente poteva interpretarsi quale corrispondente al segno grafico contenuto nel modulo di apertura conto – è incontroverso che del problema fu investito nei giorni successivi l’ufficio di Xxxx (NA) e poi la stessa sede centrale, tanto che fu inoltrato anche reclamo il 24.11.2007, mentre la società resistente nulla replica riguardo alle allegazioni proposte dal ricorrente in merito al fatto che esso Sempronio ebbe anche a ricevere assicurazioni circa il blocco della procedura di protesto.

Orbene, si consideri che il protesto risulta essere stato elevato solo il 3.12.2007, cioè a distanza di dieci giorni da quando era stato contattato l’ufficio di Xxxx (NA) e poi la sede centrale, senza che la difesa delle Poste Italiane s.p.a. offra alcuna spiegazione del perché non siano state in alcun modo tenute in considerazione le dichiarazioni del cliente, il quale ‘certificava’ di avere egli stesso sottoscritto il titolo, attestazione, del resto, che la stessa sede centrale aveva richiesto mediante l’invio del modulo di dichiarazione di “benemissione”; né viene spiegato, in presenza delle certificazione richiesta, come essa resistente, pur acquista l’informazione circa dieci giorni prima della levata del protesto, si sia attivata per evitare la sua elevazione, spiegazioni che, con ogni ragionevolezza, stante la gestione tutta centralizzata del pagamento, sono presumibilmente da ascrivere al difetto di un valido e tempestivo interscambio di informazioni in seno all’ente stesso.

Sicché, fermi restando gli aspetti di responsabilità segnalati, proprio perché nella specie, da un lato non vi sono elementi per sostenere che il Sempronio non avesse sottoscritto l’assegno in parola, dall’altro non sussistono ragioni collegate alla tutela dei terzi (e, pertanto, complessivamente, di tutela della libera circolazione dei titoli di credito), l’elevazione del protesto deve stimarsi erronea e non più giustificata.

Né può sostenersi – e ciò introduce l’aspetto riguardante la sussistenza delpericulum in mora – che la motivazione che, nel caso in esame, accompagna il protesto non sia pregiudizievole, posto che questo si riferisce sempre al correntista, ma soprattutto riguarda un titolo che non è stato denunciato smarrito, con ciò postulando la possibile corresponsabilità, anche per semplice colpa, del titolare del conto corrente; peraltro, considerato che l’inclusione del nominativo di un soggetto nel bollettino dei protesti è assunta, comunque, come possibile ‘spia’ di irregolarità nella emissione dei titoli di credito, circostanza che intuitivamente incide sulla reputazione e sul buon nome del soggetto protestato, la sussistenza del fumus boni iuris, connettendosi alla tutela della persona, implica quasi in sé l’esistenza del pregiudizio, nel caso in cui tale inclusione risulta essere ingiustificata.

Pertanto va ordinata la cancellazione dell’assegno indicato in premessa dal registro dei protesti.

Trattandosi di provvedimento capace di anticipare gli effetti della pronuncia di merito, ad introduzione del relativo giudizio meramente eventuale, devono essere liquidate le spese della presente fase.

Le stesse seguono la soccombenza in relazione alla posizione processuale delle Poste Italiane s.p.a., sebbene, alla luce delle argomentazioni che precedono ed in ragione della particolarità delle questioni trattate, nonché della stessa situazione di fatto, si stima equo compensarle per la metà, restando compensate quelle sostenute dalla CCIAA.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso e per l’effetto ordina alla CCIAA di Roma, la cancellazione dell’assegno indicato in premessa dal registro dei protesti;

condanna la Poste Italiane s.p.a. in persona del legale rappresentante p.t., alla refusione delle spese della presente fase cautelare in favore del ricorrente che, compensate per la metà, liquida in euro 98,33 per spese, euro 412,00 per diritti ed euro 580,00 per onorari, oltre spese generali, iva e c.p.a. come per legge, restando compensate nei riguardi della CCIAA.

Nola, …. marzo 2008

Il Giudice Dott. Francesco Notaro

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